Nella Roma del Seicento emerge una figura femminile straordinaria e controversa: Olimpia Maidalchini, conosciuta dal popolo come “la Pimpaccia”.
Nata a Viterbo da una famiglia di appaltatori, questa donna divenne una delle personalità più influenti e temute della città eterna. Il suo potere fu tale che i romani la soprannominarono ironicamente “la papessa”, per l’enorme influenza esercitata sulla corte pontificia.
La sua storia rappresenta un caso eccezionale di ambizione femminile in un’epoca dominata dagli uomini, caratterizzata da un’insaziabile sete di ricchezze e potere che ancora oggi alimenta leggende e racconti nella capitale.
Nata il 26 maggio 1592, Olimpia era destinata al convento come le sorelle, ma rifiutò i voti religiosi accusando di molestie il sacerdote incaricato di convincerla. Lo scandalo causò la sospensione dell’ecclesiastico, che lei stessa fece poi nominare vescovo una volta acquisito potere.
Rimasta vedova del benestante Paolo Nini dopo tre anni di matrimonio, nel 1612 sposò strategicamente Pamphilio Pamphilj, nobile romano decaduto di ventisette anni più anziano.
Questa unione la introdusse nell’alta società e la imparentò con Giovanni Battista Pamphilj, futuro papa Innocenzo X.
Vedova nuovamente nel 1639, ricevette dal cognato pontefice nel 1645 il titolo di principessa di San Martino al Cimino.
Qui dimostrò notevoli capacità amministrative: fece restaurare la chiesa abbaziale con il Borromini, costruì un palazzo imponente e riorganizzò il borgo affidando a Marcantonio De Rossi mura, porte e abitazioni, dotando il centro di infrastrutture moderne come lavatoi, forni e teatro.
Olimpia incarnava ambizione smodata e avidità ossessiva, qualità tollerate negli uomini ma scandalose per una donna.
Quando il cognato Giovanni Battista divenne papa Innocenzo X, lei dominò la corte: chiunque volesse udienza doveva passare attraverso di lei, pagando profumatamente.
Negli ultimi anni del pontificato, con il presunto amante Mascambruno, vendette benefici ecclesiastici e falsificò atti per cinquantamila scudi, finché il cardinale Fabio Chigi denunciò gli illeciti.
Alla morte del papa nel 1655, sottrasse due casse d’oro e fuggì da Roma. Il nuovo pontefice Alessandro VII la esiliò immediatamente. Morì di peste a San Martino al Cimino nel 1657, lasciando 2 milioni di scudi.
Le pasquinate romane la immortalarono: “Chi dice Olimpia Maidalchina, dice danno malanno e rovina”. Fu accusata di gestire prostituzione, opere di carità lucrative e corruzione. Ciò che la rendeva davvero scandalosa era manifestare apertamente avidità e potere, inaccettabili per una donna.
La leggenda vuole che ogni 7 gennaio percorra Roma su una carrozza infuocata. Sepolta a San Martino al Cimino, resta simbolo controverso della Roma barocca.
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